Prendo spunto da un piccolo articolo di Repubblica
qui per fare una brevissima riflessione senza nessuna pretesa sulla continua evoluzione del concetto di arte.
Sembra che sempre di più arte si fonda e confonda con il gesto, con l'accadere, sempre più diventa vita che si mostra e meno vita che tende ad oltrepassarsi.
L'arte mette in scena il gesto quotidiano, a volte con idee fresche e ironiche, come in questo caso per esempio quasi a sottintendere l'invito a lavare i panni sporchi in piazza, togliere la maschera ad un'ipocrisia borghese consolidata, eppure non si discosta dal voyerismo dei reality shows, rimane lì, forse, anzi sicuramente, meno cialtrona, ma fruga nella quotidianità con la stessa morbosità di questi e non va oltre.
Non riesce a dirmi niente di più di me, del mondo e dell'esistenza, rimane lì, non riesce a trasportarmi oltre, non attraverso la parte oscura, il mistero, non mi muove, non mi commuove, tutt'al più mi strappa un tiepido sorriso e mi lascia lì a cercare ansiosa ancora un po' di quel bello che sa stare sopra tutti i tempi, che rapisce, che soggioga, che angoscia e poi acquieta in un climax quasi erotico, che è ciò che chiedo all'arte e ciò che tanta arte mi ha dato e per fortuna ancora mi dà.
Ma se io chiamo arte questa come chiamo le opere di Caravaggio,
Rothko o Burri o ......?????
Come diceva Moretti...."Ma come parli?...Le parole sono importanti!!! AAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHH!!!"